Di Romano Benini
L’analisi della situazione salariale italiana richiede una attenta verifica dei dati sulle retribuzioni e sulla loro evoluzione, tenendo conto in primo luogo della fonte istituzionale, ossia l’elaborazione delle retribuzioni reali effettuata dall’Istat sui flussi Uniemens inviati dalle imprese all’Inps. Se consideriamo l’andamento degli ultimi tre anni, è intervenuta una crescita dei salari medi italiani di circa 4 punti, che negli ultimi dodici mesi si è assestata ad un dato medio intorno ai 2,8 punti percentuali di aumento rispetto al 2024, che dovrebbe raggiungere i 3,6 punti entro fine 2025. Questi dati devono considerare anche l’effetto dell’inflazione, il cui mancato recupero costituisce una delle ragioni storiche che motivano la stagnazione dei salari reali in Italia. Considerando quindi le previsioni sull’impatto dell’inflazione i salari medi reali in Italia saranno a fine anno cresciuti intorno al 2 per cento rispetto all’anno precedente e si prevede per il 2026 una crescita analoga. Nel settore manifatturiero, dopo la significativa crescita di dieci punti percentuali registrata negli ultimi tre anni, quest’anno l’andamento salariale appare stazionario. Resta in ogni caso un dato di fondo: nel confronto con le maggiori economie industriali i salari medi italiani risultano (dato riferito alla retribuzione media lorda) inferiori del 12 per cento rispetto a quelli francesi, del 24 per cento rispetto a quelli tedeschi, del 15 per cento rispetto a quelli inglesi, del 40 per cento rispetto a quelli statunitensi, mentre la retribuzione media spagnola appare più bassa di quella italiana di circa il dieci per cento. In realtà il dato più corretto da analizzare e riportare per un confronto è quello dei salari mediani, ossia quelli che dividono esattamente a metà la platea degli occupati presi in considerazione, in quanto la mediana rappresenta il valore più significativo dell’andamento reale e tiene conto delle notevoli differenze salariali presenti nello stesso settore, che spiegano per esempio la performance statunitense ed in parte anche quella tedesca, sistemi in cui la crescita dei salari nelle fasce più alte è più accentuata. La retribuzione mediana è un indicatore statistico più corretto nella valutazione della condizione reale dei salari in quanto rappresenta il valore centrale della loro distribuzione: significa che il 50% dei lavoratori guadagna meno di quella cifra e il restante 50% guadagna di più. Se consideriamo il salario mediano la differenza dell’Italia con le altre democrazie industriali in parte si attenua, ma resta significativa e richiede una analisi comparata di come si sia generata e mantenuta negli anni, determinando quella “stagnazione salariale” che inibisce i consumi ed ostacola la ripresa economica, soprattutto in una fase in cui l’export italiano è minacciato dalla situazione globale e dai dazi imposti dall’Amministrazione Trump. Nel 2023, se analizziamo i dati Istat, il salario mediano italiano, considerando la mediana di tutti i salari di tutti i settori del lavoro dipendente, era intorno al 11,8 euro orari. Un dato basso, che risulta persino più basso del dato del salario minimo tedesco, che è di 12 euro all’ora. Proviamo a vedere, nell’analisi dei dati sulle retribuzioni tra i diversi settori, quanti sono gli occupati italiani che hanno il problema del salario minimo, prendendo come riferimento le retribuzioni tabellari inferiori agli 8 euro all’ora, e quanti sono gli italiani che hanno invece il problema del salario mediano o medio. I dati ci arrivano dall’analisi effettuata dall’Istat sulle retribuzioni in riferimento ai flussi Uniemens delle buste paga inviate dalle imprese all’Inps, determinate dalla contrattazione collettiva prevalente. Il peso dei contratti che effettuano “dumping salariale” è riscontrabile in parte soprattutto nelle fasce con salari minimi più bassi, ma il dato del salario mediano e medio è per più del novanta per cento dei casi riconducibile alla contrattazione collettiva stipulata dal Cgil, Cisl e Uil. Se consideriamo i rapporti di lavoro dipendente in Italia (dati 2023) coloro che hanno una retribuzione tabellare inferiore agli 8 euro all’ora sono circa un milione e cinquantamila unità di lavoro. In alcuni comparti la contrattazione collettiva prevedeva nel 2023 salari orari inferiori ai 7 euro, come nella vigilanza, nelle pulizie, ma anche nei multiservizi. I lavoratori italiani che hanno un salario inferiore ai 7 euro sono almeno 240mila. Se vogliamo considerare il livello retributivo di 9 euro, spesso considerato come soglia di riferimento per soluzioni normative del tema del salario minimo, i lavoratori italiani che hanno un salario orario inferiore ai 9 euro sono (dati 2023) circa 1 milione e settecentomila. Il dato del salario orario tuttavia non determina interamente il contesto del lavoro povero in quanto i rapporti di lavoro part time “involontari” e la presenza di fasce salariali medio-basse contribuiscono ad estendere questa fascia di popolazione. In ogni caso, qualora si volesse intervenire sulla fascia dei lavoratori con salari orari inferiori ai 9 euro ci troveremmo di fronte ad una platea che pesa circa il 9,5 per cento rispetto al totale degli occupati italiani con rapporto di lavoro dipendente. Proviamo, sempre considerando l’analisi comparata dell’Istat delle retribuzioni nei diversi settori a cogliere invece con maggiore precisione i dati dei salari medi e mediani, andando oltre il dato del salario minimo ed entrando nella platea dei redditi che coinvolgono più del novanta per cento dei lavoratori italiani.
La stagnazione dei salari
Se consideriamo il totale dei salari italiani possiamo notare (dati 2023) come il salario orario medio italiano, complessivo per tutti i settori, si collochi intorno ai 14,8 euro, ma quello mediano risulta molto più basso, ossia intorno agli 11, 8 euro. Questo deriva dal fatto che le componenti che hanno salari bassi sono tra loro più vicine, ossia che la crescita del salario orario da quello minimo a quello mediano è molto più ridotta rispetto alla crescita dal salario mediano a quello massimo (circa tre volte meno). Questo fa si che il salario orario medio italiano, di per sé già più basso, risulta premiante rispetto a quello mediano, ossia che il salario reale che divide a metà la platea dei lavoratori italiani sia decisamente (tre euro orari) peggiore del salario medio. E’ la conferma di come il dato medio costituisca sempre la nota “media del pollo” e non corrisponda mai al dato reale, che è peggiore in ragione delle migliori performance delle fasce di reddito medio-alte rispetto a quelle medio-basse registrate in ogni determinato settore. Se andiamo a distinguere le fasce salariali in ragione della dimensione delle imprese il fenomeno che stiamo considerando è ancora più evidente:
- Nelle aziende tra 1 e 9 dipendenti i salari medio alti crescono di due volte rispetto a quelli collocati dal dato mediano al salario minimo ed in questa fascia di microimpresa il salario medio è stato nel 2023 di 12,23 euro orari mentre quello mediano di 10,67 euro, mostrando una condizione “intermedia“ dei lavoratori delle microimprese italiane caratterizzata da salari orari davvero bassi e di difficile sostenibilità;
- Nelle aziende tra i 10 e i 49 dipendenti, ossia le piccole imprese, la differenza tra salari medio bassi e medio alti è di circa due volte e mezzo ed in questa fascia di piccole imprese mentre la retribuzione media è intorno ai 14 euro orari il salario mediano è intorno agli 11, 50 euro. Anche in questo caso il dato mostra una condizione” intermedia” della maggioranza dei lavoratori di difficile sostenibilità soprattutto nei contesti in cui è maggiore il costo della vita;
- Nelle medie aziende tra i 50 ed i 249 addetti la crescita dal salario mediano a quello più alto è di tre volte superiore rispetto a quanto cresca il salario mediano rispetto a quello minimo. Qui la media della retribuzione lorda oraria è migliore, si colloca intorno ai 16,2 euro, con la mediana dei salari intorno ai 12, 7 euro.
- La situazione delle grandi imprese, con più di 250 addetti vede anche in questo caso una crescita dalla mediana alla quota con la retribuzione maggiore tre volte superiore a quanto crescano i salari dalla retribuzione minima a quella mediana, tuttavia qui il salario orario medio è intorno ai 17 euro e quello mediano si colloca sui 13,2 euro.
Se consideriamo la crescita dimensionale delle imprese va tuttavia anche valutato come le migliori condizioni retributive per i lavoratori costituiscano anche un buon investimento per le imprese. Se consideriamo infatti i dati del margine operativo lordo, della reddittività, del valore aggiunto e del valore della produzione, questi dati crescono in riferimento alle dimensioni dell’impresa più di quanto crescano le retribuzioni. Pur considerando l’effetto determinato dall’aumento progressivo dei salari avvenuto negli ultimi anni (non considerato dai dati Istat del 2023) appare evidente come in Italia il problema salariale non sia solo legato alla fascia degli occupati collocati nella condizione estrema dei salari inferiori ai 9 euro orari, ma riguardi per esempio la maggioranza dei lavoratori delle imprese che hanno meno di 50 dipendenti, i quali hanno un salario mediano inferiore agli 11,5 euro orari, con cui appare difficile raggiungere le condizioni di reddito dignitoso da garantire previsto dalla Costituzione Italiana.



