di Andrea Striano - Membro del Dipartimento Nazionale
Imprese e mondi produttivi di Fratelli d'Italia
Da anni, girando per botteghe, laboratori e distretti produttivi, mi colpisce sempre lo stesso paradosso: imprese che incarnano il meglio del saper fare italiano – mani esperte, ingegno, capacità di innovare senza tradire la tradizione – si trovano ancora ingabbiate in una legge quadro del 1985 che non riconosce più la realtà in cui operano.
Oggi, finalmente, qualcosa sta cambiando.
Dal 7 aprile 2026, con l’entrata in vigore della Legge annuale per le PMI (n. 34/2026), è scattata una misura concreta e immediata: l’uso improprio dei termini “artigiano”, “artigianato” e “artigianale” nella ditta, nell’insegna, nel marchio o nella promozione dei prodotti è riservato esclusivamente alle imprese iscritte all’Albo che producono o realizzano direttamente quanto offrono. Chi viola questa regola rischia sanzioni amministrative pesanti, fino all’1% del fatturato, con un minimo di 25.000 euro per ogni violazione.
Non si tratta di una semplice stretta burocratica. È un segnale chiaro di tutela verso le imprese autentiche e verso i consumatori, che troppo spesso pagano un prezzo alto per un’etichetta che non corrisponde alla sostanza. Dopo decenni di abusivismo dilagante, che danneggia soprattutto i settori più esposti come moda, arredamento, alimentari e servizi di qualità, arriva una norma che restituisce valore e credibilità al termine “artigiano”.
Ma il passaggio più importante è un altro. L’articolo 15 della stessa legge conferisce al Governo una delega di nove mesi per riformare radicalmente la Legge 443/1985. Non una semplice ritoccata, ma un aggiornamento profondo che guardi alle esigenze del mercato di oggi e di domani.
I principi che guideranno i decreti attuativi sono ambiziosi e, a mio avviso, necessari: alzare i limiti dimensionali per permettere alle imprese di crescere senza perdere la qualifica; rimuovere vincoli societari obsoleti che impediscono l’ingresso di capitali e investitori; riconoscere che l’apporto dell’imprenditore artigiano può essere non solo manuale, ma anche ideativo, progettuale e creativo; promuovere aggregazioni e reti per migliorare competitività e accesso a commesse più grandi.
In sostanza, si vuole allineare l’artigianato italiano alla definizione europea di piccola impresa, valorizzando al tempo stesso la trasmissione intergenerazionale delle competenze e la sostenibilità.
Ho sempre pensato che l’artigianato non sia folklore o nostalgia del passato, ma uno dei pilastri più vitali del nostro sistema produttivo. È quel tessuto di imprese che unisce qualità, innovazione e radicamento territoriale, contribuendo in modo decisivo al valore del Made in Italy. Lasciarlo imprigionato in regole pensate per un’economia di quarant’anni fa significava condannarlo a una lenta emarginazione.
Oggi il cantiere è aperto. Entro la fine del 2026 i decreti dovranno tradurre questa delega in norme operative. Il rischio, come sempre in queste fasi, è che la burocrazia rallenti o annacqui le intenzioni. Il dovere di chi segue da vicino questi mondi è vigilare affinché la riforma sia coraggiosa e concreta: non per cancellare l’identità artigiana, ma per liberarne il potenziale.
Un artigianato moderno, tutelato e competitivo non è solo un vantaggio per le imprese che lo incarnano. È un vantaggio per l’intero Paese: più occupazione qualificata, più innovazione diffusa, più forza competitiva sui mercati internazionali.
Il cammino è avviato. Ora serve che i decreti attuativi mantengano le promesse contenute nella legge. Ne va del futuro di un settore che, più di molti altri, rappresenta l’anima produttiva dell’Italia.



