di Andrea Striano - Dipartimento Nazionale imprese e mondi produttivi Fratelli d’Italia
Da tempo seguo con attenzione le dinamiche del settore automotive italiano, e le parole pronunciate oggi dal Ministro Adolfo Urso al Mimit mi sembrano particolarmente chiare e incisive.
Il Ministro ha ribadito con forza che il Piano Italia di Stellantis sta producendo i primi risultati concreti. Ha ricordato come, grazie a quell’accordo siglato a fine 2024, il Gruppo abbia assunto impegni precisi: nessun chiusura di stabilimenti e nessun licenziamento collettivo, una linea che va in netta controtendenza rispetto a quanto sta accadendo in altri Paesi europei. Nel 2025 abbiamo visto il lancio di nuovi modelli e acquisti per circa 7 miliardi di euro nella componentistica italiana; nei primi tre mesi del 2026 la produzione è cresciuta del 9,5%, raggiungendo oltre 120 mila unità tra autovetture e veicoli commerciali.
Questi numeri, pur non ancora risolutivi, rappresentano un’inversione di tendenza importante.
Come osservatore del settore da molti anni, ritengo che vadano sostenuti con determinazione, sia con gli strumenti nazionali già inseriti in Bilancio (ricerca, innovazione, efficientamento energetico e sviluppo della filiera), sia – soprattutto – con una svolta decisa a livello europeo.
Su questo punto il Ministro Urso è stato netto e, a mio avviso, ha ragione: il 2026 deve diventare l’anno delle riforme. L’Italia è stata apripista già con il non-paper dell’ottobre 2024, contribuendo a rinviare le cosiddette “supermulte” e ad aprire una revisione del regolamento CO₂. La proposta della Commissione europea del 16 dicembre va nella direzione giusta, ma resta insufficiente. Servono decisioni coraggiose e pragmatiche: piena neutralità tecnologica, un sostegno concreto alla filiera produttiva europea e l’accelerazione immediata dell’Industrial Accelerator Act. Ulteriori rinvii, ha detto Urso, non sono più accettabili. Condivido pienamente questa posizione.
Non possiamo permetterci di perdere ulteriore terreno a vantaggio di competitor che non devono sottostare alle stesse regole ambientali e che beneficiano di catene di fornitura molto più aggressive. La transizione ecologica deve essere reale, ma anche tecnologicamente neutrale e industrialmente sostenibile, altrimenti rischiamo di impoverire irreversibilmente il tessuto produttivo e occupazionale del nostro Paese.
Ho apprezzato anche l’annuncio del Ministro riguardo al nuovo DPCM che programma fino al 2030 circa 1,6 miliardi di euro dal Fondo Automotive, con il 75% delle risorse destinate al sostegno dell’offerta: innovazione, investimenti produttivi e rafforzamento della filiera. È un segnale importante che privilegia la competitività delle imprese e delle supply chain territoriali rispetto a interventi puramente di domanda.
Da figura profondamente coinvolta nelle dinamiche del settore, credo che l’approccio del Governo, guidato dal Ministro Urso, sia pragmatico e orientato alla difesa degli interessi nazionali. L’Italia sta dimostrando di saper giocare una partita difficile su due tavoli: quello interno, sostenendo la filiera e valorizzando le eccellenze territoriali, e quello europeo, spingendo per regole più realistiche e competitive.
Ora serve continuità e concretezza. Il nuovo Tavolo automotive che verrà convocato prima dell’estate dovrà servire proprio a questo: verificare l’effettiva attuazione del Piano Italia da parte di Stellantis e definire, insieme alle Regioni, ulteriori misure mirate.
Il 2026 può essere l’anno della svolta per l’automotive italiano ed europeo, ma solo se alle buone intenzioni seguiranno decisioni rapide e coraggiose. Da chi osserva il settore con preoccupazione ma anche con speranza, mi auguro che il messaggio lanciato oggi dal Ministro trovi ascolto a Bruxelles. La filiera italiana ha la qualità, le competenze e la resilienza necessarie: merita di essere messa nelle condizioni di competere e di vincere, non solo di sopravvivere.



