di Michele Montefusco
Direttore, partiamo da una domanda semplice ma fondamentale: cosa significa oggi Made in Italy?
«Significa autenticità, qualità, identità. Ma anche responsabilità. Non è solo una formula di marketing o un’etichetta da apporre sui prodotti: è il risultato di secoli di cultura materiale, di saper fare tramandati con pazienza, di territori che parlano attraverso i loro frutti. Il Made in Italy è un’alleanza tra bellezza e competenza, tra creatività e rigore. E oggi più che mai è una leva strategica per affrontare le sfide dell’economia globale.»
Eppure a volte sembra quasi un concetto “scontato” o abusato…
«Proprio per questo dobbiamo ridargli valore. Dobbiamo raccontarlo meglio, con più profondità e verità. Il Made in Italy è un patrimonio condiviso, ma non possiamo darlo per scontato. Dobbiamo difenderlo dalla banalizzazione e dalla contraffazione, dobbiamo proteggerlo nei mercati internazionali e innovarlo nei processi produttivi. Solo così continuerà a essere un asset competitivo per le nostre imprese e un motivo d’orgoglio per i cittadini.»
In questo contesto, l’evento promosso da Conf.Agr.Italy a Roma sembra offrire un modello concreto...
«Sì, e direi quasi emblematico. L’appuntamento del 27 marzo a Villa Altieri – nel cuore della Capitale – è un manifesto operativo di ciò che intendiamo quando parliamo di Made in Italy che fa rete. Qui l’enogastronomia incontra il turismo esperienziale, la cultura si fonde con l’innovazione digitale, e le imprese dialogano con le istituzioni. Un evento così, con showcooking, degustazioni, tavole rotonde e percorsi immersivi, racconta il nostro Paese nella sua forma più viva e completa.»
Che ruolo può giocare il turismo enogastronomico in questo scenario?
«Un ruolo centrale. Il turista di oggi non cerca solo monumenti o paesaggi: vuole emozioni autentiche, storie vere, sapori unici. L’enogastronomia è il primo biglietto da visita dell’Italia. È capace di legare la percezione della qualità a quella del territorio. Se riusciamo a trasformare ogni prodotto tipico in un’esperienza, ogni ricetta in un racconto, allora possiamo davvero far crescere le economie locali, soprattutto quelle delle aree interne e meno battute.»
Spazio Imprese da anni racconta l’eccellenza italiana. Iniziative come questa come si collocano nella vostra visione editoriale?
«Perfettamente. La nostra missione è dare voce ai protagonisti del fare impresa, far emergere storie che meritano attenzione e connessioni che meritano di essere create. Un evento come quello di Villa Altieri non è solo una celebrazione, ma una piattaforma: per dialogare, per confrontarsi, per immaginare nuove strade. E noi vogliamo esserci, con le nostre pagine e i nostri strumenti, per amplificare questo racconto.»
In conclusione, qual è secondo lei il futuro del Made in Italy?
«Il futuro del Made in Italy sarà sostenibile, digitale e comunitario. Non possiamo più immaginare un’eccellenza che non tenga conto dell’impatto ambientale, né possiamo rinunciare all’uso intelligente della tecnologia. Ma soprattutto, dovrà essere una costruzione collettiva, dove imprese, cittadini, scuole e territori camminano insieme. Il Made in Italy non è di chi lo produce soltanto: è di chi lo vive, lo rispetta, lo racconta. E in questo racconto, noi di Spazio Imprese continueremo a fare la nostra parte.»



