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AGENDA POLITICA - ON. CERRETO: “il Made in Italy non è un marchio, è un’eredità da difendere con orgog

2025-04-24 15:25

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AGENDA POLITICA - ON. CERRETO: “il Made in Italy non è un marchio, è un’eredità da difendere con orgoglio e visione”

di Michele Montefusco

di Michele Montefusco


Onorevole Cerreto, il Made in Italy agroalimentare è un simbolo di eccellenza riconosciuto nel mondo. Quali azioni concrete sta portando avanti la XIII Commissione per tutelare e promuovere i nostri prodotti, sia in Italia che sui mercati esteri?
“Il Made in Italy agroalimentare è un pilastro identitario della nostra Nazione, un simbolo della qualità e del saper fare italiano, riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. La XIII Commissione Agricoltura è impegnata su più fronti per tutelare e promuovere i nostri prodotti, sia sul mercato interno che a livello internazionale.
In primo luogo, stiamo lavorando per rafforzare le filiere agroalimentari nazionali, sostenendo il comparto produttivo con misure volte a ridurre i costi di produzione, favorire la transizione tecnologica e migliorare la competitività delle nostre imprese; il potenziamento del Fondo per la Sovranità Alimentare, con risorse destinate all’innovazione e alla sostenibilità delle aziende italiane, ne è un esempio. La difesa del Made in Italy passa anche attraverso il contrasto alle falsificazioni, una pratica che danneggia i nostri produttori e inganna i consumatori in Italia e all’estero: per questo, promuoviamo azioni di tutela dei marchi DOP e IGP, affinché il valore aggiunto della nostra produzione resti nelle mani di chi lavora con impegno e dedizione. Sul piano internazionale, sosteniamo strategie di promozione che valorizzino i nostri prodotti nei mercati esteri, lavorando in sinergia con il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, il Ministero degli Esteri e con ICE - Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Il nostro obiettivo è garantire che l’agroalimentare italiano possa crescere in modo sostenibile, rafforzando la sua presenza nei mercati emergenti e consolidando le esportazioni nei Paesi strategici.
La nostra azione si ispira a un principio chiaro: difendere e promuovere il Made in Italy significa proteggere la nostra cultura, la nostra economia e la nostra identità.”

Uno dei problemi più gravi per il settore è l’Italian Sounding, che sottrae miliardi di euro alle nostre imprese. Ritiene che le attuali normative europee siano sufficienti per contrastarlo o servono nuove misure più incisive?
“L’Italian Sounding è una forma di pirateria commerciale che danneggia gravemente il nostro agroalimentare, sottraendo miliardi di euro alle nostre imprese e indebolendo il valore autentico del Made in Italy. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una sfida identitaria: il nostro patrimonio agroalimentare è il frutto di tradizioni secolari, di territori unici e di un sapere artigianale che non può essere falsificato o svenduto.
Ripartire dalla provenienza geografica è l’impegno più significativo che possiamo assumere per le nostre imprese, ma non basta: è una responsabilità collettiva custodire il valore del nostro agroalimentare, evitando che esso venga ridotto a una semplice suggestione commerciale. Troppo spesso, infatti, l’identità italiana viene sfruttata in modo folcloristico, con prodotti che evocano le nostre eccellenze senza rispettarne la qualità e l’autenticità. Bene sta facendo in questo senso il ministro Francesco Lollobrigida, con il sostegno dell’intero Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, nel difendere le nostre produzioni da questi abusi.
A livello nazionale, l’attuale impianto penalistico non pare rispondere alla evoluzione delle frodi e della pirateria agroalimentare, pur non volendo avere un approccio panpenalistico, non si può sottacere il fatto che di fronte a determinati reati contro il patrimonio nazionale agroalimentare, l’unico centro di importazione rispetto alle fattispecie di reato rimane la semplice frode in commercio. Ritengo quindi si debba rafforzare la tutela del patrimonio agroalimentare italiano aggiornando l’attuale impianto codicistico, rendendolo più rispondente al fenomeno generale dell’Italian Sounding che ad oggi cuba più di 24 miliardi di euro.
Purtroppo, anche le attuali normative europee non sono sufficienti: serve più impegno, anche da parte degli Stati alleati, che spesso chiudono un occhio di fronte ai propri produttori che si appropriano di nomi non loro. È il caso del Parmesan negli Stati Uniti e in Germania, una chiara imitazione del nostro Parmigiano Reggiano, o del Prošek croato, che tenta di sfruttare la notorietà del nostro Prosecco. Questi episodi dimostrano che senza un’azione decisa a livello internazionale il danno per le nostre imprese continuerà a crescere.
Porre limiti a chi si appropria indebitamente della nostra identità e valorizzare le eccellenze italiane è una battaglia di civiltà e di giustizia economica. Continueremo a batterci affinché l’Europa introduca misure più incisive a tutela dei nostri produttori, rafforzando i controlli e imponendo sanzioni a chi viola la nostra denominazione d’origine. Il Made in Italy non è solo un marchio, ma un’eredità culturale che va protetta con determinazione e orgoglio.”

Il settore agroalimentare sta affrontando nuove sfide legate alla sostenibilità e all’innovazione. Come possiamo preservare la qualità e l’autenticità delle nostre produzioni senza perdere competitività?
“Per chi è venuto ad Agricoltura è nei giorni scorsi, la risposta è evidente: il nostro agroalimentare è pronto a sostenere tutte le sfide del futuro, come e meglio degli altri. L’Italia ha sempre saputo coniugare tradizione e innovazione, mantenendo salde le radici nella propria terra ma con lo sguardo rivolto al domani. Sappiamo far convivere l’agricoltura tradizionale con l’agricoltura 4.0, dimostrando che tecnologia e sostenibilità non sono alternative, ma strumenti complementari per rafforzare la competitività del Made in Italy. A livello agroalimentare, concedetemi un po’ di sano campanilismo: non ce n’è per nessuno. I nostri prodotti sono universalmente riconosciuti come i migliori al mondo, frutto di una cultura agricola millenaria, di un territorio straordinario e di un’attenzione alla qualità che non ha eguali. I nostri agricoltori sono i veri custodi del territorio e della sostenibilità: dove vi è agricoltura, vi è anche cura del paesaggio, tutela del suolo e mitigazione degli effetti dei fenomeni climatici estremi. Chi lavora la terra ogni giorno garantisce la manutenzione dei suoli, dei canali di scolo, delle foreste e delle colture, contrastando la desertificazione e il dissesto idrogeologico. Senza di loro, il nostro patrimonio naturale sarebbe più fragile.
La tecnologia è un’opportunità straordinaria per aumentare l’efficienza delle produzioni, ridurre gli sprechi, ottimizzare l’uso delle risorse idriche e migliorare la resa dei terreni. Ma una cosa deve essere chiara: la tecnologia non può mai sostituire l’agricoltore, semmai lo deve aiutare. L’innovazione ha senso solo se valorizza il lavoro umano e le competenze di chi conosce il ciclo della natura e i segreti del mestiere.
La nostra qualità e la nostra visione sono l’arma più forte per garantire la competitività del Made in Italy nel mondo. Il governo Meloni e il ministro Lollobrigida stanno lavorando affinché le politiche agricole europee non penalizzino la nostra eccellenza, ma la sostengano. Difendere la nostra qualità significa difendere un modello economico, culturale e identitario che rende l’Italia un punto di riferimento globale.”

La filiera del cibo Made in Italy è strettamente legata al turismo enogastronomico, un volano per l’economia dei territori. Quali strumenti si possono mettere in campo per rafforzare questa sinergia e renderla ancora più strategica?
“La filiera del cibo Made in Italy e il turismo enogastronomico sono due facce della stessa medaglia: insieme rappresentano un volano straordinario per l’economia dei territori, valorizzando non solo i nostri prodotti ma anche il patrimonio culturale, storico e paesaggistico che rende unica l’Italia. Chi sceglie di visitare il nostro Paese non lo fa solo per ammirare le sue città d’arte, ma anche per assaporare i sapori autentici della nostra tradizione agroalimentare. È questa sinergia che dobbiamo rafforzare, trasformandola in una leva strategica di sviluppo.
Per farlo, occorre continuare a promuovere un sistema integrato di valorizzazione territoriale, che metta in rete aziende agricole, ristoratori, consorzi di tutela, strutture ricettive ed enti locali. L’enogastronomia non può essere vista come un settore isolato, ma come il cuore pulsante di un’offerta turistica esperienziale e sensoriale, dove il visitatore non è un semplice consumatore, ma un vero e proprio esploratore del gusto e della cultura locale. In questo senso, il governo Meloni e il ministro Lollobrigida stanno già lavorando per potenziare le certificazioni di qualità e le denominazioni di origine, strumenti fondamentali per garantire l’autenticità dell’esperienza enogastronomica italiana. Dobbiamo inoltre investire su percorsi del gusto ben strutturati, migliorando la segnaletica, i collegamenti e le infrastrutture turistiche anche nelle aree rurali e nei borghi più isolati e fuori dai percorsi canonici, che spesso custodiscono le eccellenze più autentiche del nostro agroalimentare.
Un altro punto chiave è l’educazione al Made in Italy, cui non a caso Giorgia Meloni ha dedicato un ministero ad hoc: campagne di sensibilizzazione e promozione, sia in Italia che all’estero, devono raccontare il legame indissolubile tra territorio, prodotto e tradizione.
Infine, la tecnologia e il digitale possono giocare un ruolo fondamentale: piattaforme online dedicate al turismo enogastronomico, app che guidino i visitatori alla scoperta delle nostre filiere produttive e programmi di realtà aumentata nei musei del cibo possono rendere questa esperienza ancora più coinvolgente. L’Italia ha tutto per essere il punto di riferimento mondiale del turismo enogastronomico. Dobbiamo solo continuare a investire nella qualità, nella narrazione e nella tutela delle nostre radici.”

Guardando al futuro, quali sono, secondo lei, le priorità su cui il Paese deve investire per garantire che il Made in Italy alimentare resti un punto di riferimento globale nei prossimi anni?
“Il futuro del Made in Italy agroalimentare passa prima di tutto dai nostri agricoltori. Se vogliamo che l’Italia resti un punto di riferimento globale, dobbiamo partire da chi lavora ogni giorno la terra, da chi produce con passione e dedizione, da chi tiene viva la nostra tradizione innovando e adattandosi alle sfide del tempo. Il nostro impegno deve essere quello di garantire loro condizioni di lavoro dignitose, strumenti per innovare, tutela dalle ingiuste competizioni internazionali e un accesso equo ai mercati. Un agricoltore che può investire nel proprio lavoro, che ha la possibilità di assumere, di formare nuove generazioni e di tramandare il proprio sapere, è la garanzia più solida per la qualità e la competitività del nostro agroalimentare.
Per questo esecutivo il fulcro delle politiche non è l’astrattezza dei mercati, ma la concretezza del lavoro. Pensiamo ai nostri agricoltori, ai produttori, ai lavoratori delle filiere agroalimentari: se stanno bene loro, il prodotto non può che essere eccellente, e un prodotto eccellente è automaticamente competitivo. Questo è il nostro modello, questo è il Made in Italy che vogliamo difendere e far crescere.”