di Andrea Striano - Dipartimento Nazionale Imprese Fratelli d’Italia e analista del Made in Italy e dei sistemi produttivi
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La cucina italiana diventa Patrimonio dell’Umanità perché rappresenta una continuità culturale che il mondo riconosce come valore universale. Ora spetta all’Italia trasformare questa continuità in un vantaggio competitivo. Perché un Paese cresce quando ciò che lo rende unico diventa anche ciò che lo rende forte.
Il riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità segna un passaggio storico che va ben oltre la celebrazione culturale. Non viene premiata una tradizione gastronomica in senso stretto, ma un sistema complesso fatto di territori, produzioni, competenze, pratiche sociali e filiere economiche che da secoli definiscono il modo in cui l’Italia genera valore. È la prima cucina al mondo ad essere riconosciuta dall’UNESCO: un primato che parla del Paese più di quanto possa sembrare.
La cucina italiana non è un archivio di ricette né un insieme di prodotti di qualità : è un’infrastruttura socio-economica diffusa, capace di tenere insieme agricoltura, trasformazione, artigianato alimentare, ospitalità , turismo, ristorazione, export e formazione. A differenza di altri settori, questo ecosistema non nasce da un piano industriale, ma da una continuità culturale che nel tempo ha consolidato un metodo: custodire la qualità , difendere il territorio, valorizzare la tradizione attraverso l’innovazione. È questa continuità a rendere la cucina italiana un modello economico prima ancora che culturale.
Il riconoscimento dell’UNESCO produce effetti reali. Rafforza la tutela internazionale delle nostre denominazioni e delle produzioni autentiche. Offre un vantaggio negoziale nei dossier europei legati alla sicurezza alimentare, alla sostenibilità e alla promozione delle eccellenze territoriali. Aumenta l’attrattività del brand Italia in tutti i mercati in cui l’enogastronomia è considerata un indicatore di qualità . E crea un’aspettativa positiva che si riflette su settori connessi, dalla ristorazione all’export, dal turismo rurale alle filiere di trasformazione.
La dimensione territoriale è il cuore di questo riconoscimento. Ogni piatto italiano è un racconto geografico. Ogni sapore è un metodo produttivo. Ogni tradizione porta con sé luoghi, tecniche, comunità . La forza economica di questo patrimonio deriva dalla sua struttura policentrica: non una capitale del gusto, ma migliaia di centri produttivi che cooperano senza saperlo, legati da un’identità comune e da una reputazione che precede il prodotto. Ed è proprio questa coralità a rendere la cucina italiana un asset nazionale: nessun altro Paese dispone di un sistema così diffuso, coerente e riconoscibile.
Il riconoscimento UNESCO arriva in una fase in cui i sistemi alimentari globali stanno vivendo una trasformazione radicale. Innovazione, tracciabilità , sostenibilità , nuove abitudini di consumo e cambiamenti geopolitici impongono a ogni Paese di ridefinire le proprie traiettorie produttive. L’Italia, da oggi, ha un elemento in più per farlo: una certificazione internazionale che non premia il passato, ma legittima il futuro. Offre una base di credibilità per sviluppare politiche industriali più solide, strategie territoriali più integrate e un dialogo internazionale più incisivo.
Affinché questo riconoscimento generi valore duraturo, serve ora un approccio coerente. Le filiere vanno rafforzate nella loro qualità , protette nelle loro specificità e sostenute nella loro capacità di innovare senza perdere identità . Le istituzioni devono garantire continuità , coordinamento e una narrazione internazionale unitaria. I territori devono continuare a essere protagonisti, non solo beneficiari. E il sistema Paese deve adottare una prospettiva di medio periodo: non una celebrazione episodica, ma una strategia permanente.
La cucina italiana diventa Patrimonio dell’Umanità perché rappresenta una continuità culturale che il mondo riconosce come valore universale. Ora spetta all’Italia trasformare questa continuità in un vantaggio competitivo. Perché un Paese cresce quando ciò che lo rende unico diventa anche ciò che lo rende forte.



