di Andrea Striano, Dipartimento Nazionale Imprese e Mondi Produttivi – Fratelli d’Italia
L’Europa sta pagando a caro prezzo la sua storica fragilità energetica. In un mondo segnato da conflitti, instabilità delle rotte commerciali e dipendenze strategiche sempre più rischiose, l’Italia non può più permettersi di navigare senza una bussola chiara: serve un’autonomia strategica reale nella produzione di energia e nel controllo delle materie prime critiche. Senza di essa, intere filiere manifatturiere rischiano di perdere competitività, con conseguenze dirette su investimenti, occupazione e valore aggiunto generato sul territorio.
Da chi segue quotidianamente i tavoli con le associazioni di categoria e ascolta le preoccupazioni reali degli imprenditori, emerge un dato inequivocabile: il costo dell’energia non è più una variabile gestibile, ma un fattore strutturale che decide se una fabbrica resta in Italia o delocalizza. Per questo serve un approccio pragmatico, lontano da ideologie e vicino alle esigenze produttive.
Sono convinto che il percorso corretto sia un mix energetico equilibrato e tecnologicamente avanzato. Da una parte, accelerare con decisione sullo sviluppo del nucleare di nuova generazione, in particolare con i reattori modulari piccoli e sicuri (SMR): rappresentano una soluzione matura per garantire una produzione di baseload costante, prevedibile e a basse emissioni, indispensabile per le imprese energivore che non possono fermarsi quando il sole non splende o il vento non soffia. Dall’altra, sostenere con forza lo sviluppo delle rinnovabili finalizzate all’autoconsumo industriale, dove queste possono davvero ridurre la dipendenza dalla rete e stabilizzare i costi interni alle aziende.
Transizione 5.0 si inserisce esattamente in questa visione concreta. È uno strumento che premia le imprese che investono in efficientamento energetico e nella realizzazione di impianti rinnovabili per il proprio fabbisogno produttivo. Nei confronti diretti con il mondo delle imprese sentiamo spesso la stessa esigenza: «Datemi la possibilità di produrre energia per me stesso, con procedure snelle e tempi certi». È quello che stiamo cercando di realizzare, riducendo davvero il peso delle bollette sulle fabbriche, incentivando innovazione e favorendo la permanenza delle produzioni in Italia.
Il Governo Meloni ha messo a disposizione risorse importanti – 10 miliardi di euro per il prossimo trimestre – proprio per accompagnare questi investimenti delle imprese, alleggerire il carico energetico sul sistema produttivo e sostenere la doppia transizione digitale e green senza penalizzare chi crea ricchezza ogni giorno.
Come ha ricordato con lucidità il Ministro Adolfo Urso nel panel “Oltre Hormuz” durante l’iniziativa “Spazio attività produttive” a Mestre, è necessario ripensare la politica energetica accelerando sul nucleare di nuova generazione insieme alle rinnovabili per autoconsumo. Solo un approccio di questo tipo, ha sottolineato il Ministro, permette di contenere i costi per le imprese di fronte alle turbolenze internazionali e di rafforzare davvero la sovranità industriale del Paese.
Nei tavoli ristretti con le filiere e con i rappresentanti delle associazioni emerge un aspetto che raramente viene detto pubblicamente: senza una politica energetica che metta al centro la continuità produttiva e la riduzione dei costi reali, rischiamo di perdere pezzi strategici della nostra manifattura. Non si tratta solo di numeri statistici, ma di competenze specializzate, posti di lavoro qualificati e capacità di innovazione che, una volta delocalizzate, sono estremamente difficili da ricostruire.
Per questo continuiamo a sostenere con forza che il Governo deve restare al fianco di chi produce, con misure operative, realistiche e condivise con il mondo imprenditoriale. Serve semplificazione delle procedure, tempi certi per le autorizzazioni e un dialogo costante che trasformi le esigenze quotidiane delle fabbriche in scelte politiche concrete e misurabili.
Solo attraverso questo approccio serio e di medio-lungo periodo potremo difendere il valore aggiunto che l’industria italiana genera ogni giorno, proteggere l’occupazione qualificata e restituire al Paese quella sovranità energetica e produttiva che, in un mondo sempre più imprevedibile, rappresenta la vera garanzia di resilienza e di futuro.



