di Andrea Striano
Dipartimento Nazionale Imprese Fratelli d’Italia e analista del Made in Italy e dei sistemi produttivi
Quando due economie manifatturiere come Italia e Germania segnalano simultaneamente un problema di sostenibilità industriale, il tema esce dall’ambito tecnico e si colloca sul piano delle decisioni politiche. Non perché venga meno l’orizzonte della transizione, ma perché emergono con chiarezza i limiti di compatibilità tra obiettivi ambiziosi e condizioni produttive reali.
Il margine decisionale dell’Unione Europea, in questa fase, non si gioca sulla legittimità formale delle competenze, bensì sulla capacità di evitare una frattura tra politiche pubbliche e struttura industriale. Automotive, siderurgia e settori energivori rappresentano ancora oggi una quota rilevante del valore aggiunto manifatturiero europeo, con catene di fornitura lunghe, capital intensive e ad alta specializzazione tecnologica. Intervenire su questi comparti senza un adeguato allineamento tra regolazione, infrastrutture ed energia significa esporli a shock cumulativi.
Il nodo energetico è emblematico. Il differenziale di costo dell’energia tra Europa e Stati Uniti, in alcuni periodi, ha superato il fattore due, con punte ancora più elevate per il gas naturale utilizzato nei processi industriali. In settori come la siderurgia, l’energia può incidere per oltre il 30–40% dei costi operativi; nell’automotive elettrico, la competitività è fortemente legata al prezzo dell’energia lungo l’intera filiera, dalla produzione di componenti alla chimica delle batterie. In questo contesto, imporre traiettorie rigide senza una base energetica competitiva equivale a comprimere la capacità produttiva prima di aver costruito alternative industrialmente mature.
La convergenza italo-tedesca non contesta il fine, ma segnala un problema di sequenza e di scala. Chiede che la transizione sia accompagnata da investimenti infrastrutturali, da strumenti di compensazione credibili e da una modulazione temporale coerente con i cicli industriali. È una posizione che sposta il confronto dalla contrapposizione ideologica alla responsabilità di governo dei processi economici.
Ignorare questo segnale non preserva l’equilibrio esistente. Produce effetti graduali ma strutturali: rinvio o cancellazione degli investimenti, strategie nazionali di protezione delle filiere, frammentazione del mercato unico attraverso deroghe e misure emergenziali. Dinamiche che indeboliscono l’Unione non per scelta dichiarata, ma per erosione progressiva della sua base industriale.
Il punto, quindi, non è se l’Europa debba decidere. È comprendere quanto spazio abbia per non farlo quando le sue principali economie manifatturiere indicano insieme un limite operativo. In quel passaggio, la politica industriale smette di essere un capitolo tecnico della transizione e diventa il banco di prova della credibilità europea.



