di Andrea Striano
Dipartimento Nazionale Imprese Fratelli d’Italia e analista del Made in Italy e dei sistemi produttivi
I 3,5 miliardi previsti dalla Manovra 2026 per le imprese non sono semplicemente una cifra iscritta a bilancio. Sono, prima di tutto, una scelta implicita su che cosa il Paese intende acquistare con quelle risorse. Produttività o solo sostegno alla domanda. Capacità industriale o compensazione di breve periodo. Tenuta dei territori o distribuzione frammentata di incentivi. È su questo piano, più che su quello contabile, che la manovra va letta.
Il punto è che una politica industriale non nasce dall’ammontare delle risorse, ma dal modo in cui queste vengono organizzate nel tempo e nello spazio. In questo senso, Transizione 5.0, ZES ed edilizia non possono essere considerate come misure autonome che convivono nello stesso perimetro normativo. Hanno senso solo se diventano parti di una stessa catena industriale, coerente e leggibile per le imprese.
Energia e impianti, digitalizzazione e processi produttivi, localizzazione e tempi autorizzativi sono elementi che, nella realtà delle imprese, non si presentano mai separati. Un investimento produttivo non nasce perché esiste un incentivo, ma perché esiste una combinazione praticabile di fattori: costo dell’energia sostenibile, tecnologia disponibile, certezza dei tempi, possibilità di realizzare l’intervento senza rimanere bloccati in un limbo amministrativo. Se queste condizioni non si tengono insieme, il risultato è noto: le misure assorbono risorse, ma non spostano la competitività.
È qui che emerge il vero discrimine della Manovra 2026. Non nella discussione astratta sulla bontà delle singole misure, ma nella capacità di farle funzionare come sistema. Transizione 5.0, da sola, rischia di diventare un incentivo tecnologico accessibile solo a chi è già strutturato. Le ZES, isolate, possono ridursi a perimetri fiscali senza una reale attrattività industriale. L’edilizia, se non connessa alla modernizzazione produttiva, resta un moltiplicatore temporaneo, non una leva di sviluppo.
Il nodo, quindi, non è “quanto” si spende, ma “come” si rende eseguibile la spesa. E qui entra in gioco il livello più sottovalutato del dibattito pubblico: i territori. La vera partita della politica industriale non si gioca nei comunicati, ma nella capacità dei territori di funzionare come una macchina di esecuzione.
Una macchina di esecuzione significa, prima di tutto, supporto progettuale reale alle PMI. La gran parte del tessuto produttivo italiano non perde opportunità per mancanza di incentivi, ma per mancanza di struttura. Senza accompagnamento nella progettazione, senza interlocutori chiari, senza un minimo di ingegneria amministrativa, le misure restano sulla carta. Vince chi ha già consulenti, uffici tecnici e capacità finanziaria. Gli altri restano in attesa.
Significa, inoltre, tempi leggibili. Non necessariamente brevi in senso assoluto, ma certi. Un’impresa può programmare un investimento anche su orizzonti temporali complessi, se conosce la sequenza dei passaggi e può stimarne la durata. Ciò che paralizza è l’indeterminatezza: procedure che cambiano in corsa, autorizzazioni che non hanno un referente, sovrapposizioni tra livelli amministrativi. In questo contesto, anche l’incentivo più generoso perde efficacia.
C’è poi il tema del coordinamento tra le misure. Se Transizione 5.0, ZES ed edilizia parlano linguaggi diversi, utilizzano piattaforme diverse e richiedono adempimenti non comunicanti, l’impresa è costretta a scegliere. E quando deve scegliere, spesso rinuncia. Una politica industriale matura dovrebbe invece costruire percorsi integrati, in cui le misure si rafforzano a vicenda e accompagnano l’investimento dall’inizio alla messa a terra.
Infine, c’è la verifica degli investimenti reali. Non in senso punitivo, ma in senso strategico. Sapere dove vanno le risorse, quali cantieri partono, quali filiere si rafforzano, quali territori rispondono meglio, è l’unico modo per correggere la rotta. Senza questo feedback, la manovra resta una somma di capitoli di spesa, non un processo di apprendimento industriale.
In questa prospettiva, i 3,5 miliardi della Manovra 2026 rappresentano un test. Non tanto per la finanza pubblica, quanto per la capacità dello Stato di agire come regista e non solo come erogatore. Se le risorse vengono trattate come compartimenti stagni, l’effetto sarà limitato e diseguale. Se invece diventano il motore di una catena unica – energia, tecnologia, territorio – allora possono produrre un salto di qualità.
È anche una questione di equità produttiva. Senza una macchina di esecuzione territoriale, la politica industriale finisce per premiare chi è già forte e lasciare indietro chi avrebbe più bisogno di accompagnamento. Questo non solo riduce l’impatto complessivo delle misure, ma alimenta una frattura tra centro e periferia, tra imprese strutturate e micro-PMI, tra territori che “sanno fare” e territori che restano ai margini.
Per questo la discussione sulla Manovra non può fermarsi alla contabilità. Deve spostarsi sulla capacità di trasformare risorse in investimenti reali, investimenti in produttività, produttività in occupazione stabile. È qui che una manovra smette di essere un esercizio finanziario e diventa politica industriale.
In definitiva, la domanda da porsi non è se i 3,5 miliardi siano sufficienti. La domanda è se siamo in grado di usarli per comprare futuro industriale, invece di limitarci a sostenere il presente. È una scelta meno visibile, ma molto più decisiva.



