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CHI DORME NON PIGLIA PESCI? dormire male costa caro a persone e aziende

2026-01-28 15:43

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sostenibilità,

CHI DORME NON PIGLIA PESCI? dormire male costa caro a persone e aziende

Giorgio Veronelli

Di Giorgio Veronelli 

 

Un aspetto che incide su produttività, assenteismo, presa di decisioni ed engagement, al pari del clima relazionale, della flessibilità e della leadership. Si tratta del sonno. Il grande assente nei discorsi organizzativi. Eppure, secondo una recente ricerca globale realizzata da Resmed, il 71% degli occupati ha dichiarato di essersi assentato dal lavoro a causa di una notte insonne almeno una volta nella propria carriera. Un dato che non sorprende se si pensa che, in media, le persone dormono bene solo quattro notti a settimana. Il 34%, ad esempio, fatica regolarmente ad addormentarsi. 

 

Una questione organizzativa, non solo personale 

Sempre secondo la ricerca citata, la mancanza di riposo riduce produttività e coinvolgimento. Parallelamente, aumenta il turnover e i costi legati ad assenteismo e presenzialismo. Il sonno si rivela dunque un tema anche organizzativo. E le aziende non possono più permettersi di ignorarlo. In particolare, chi dorme poco accusa sonnolenza diurna (51%), peggioramento dell’umore (48%) e difficoltà di concentrazione (31%). Tutti fattori che rischiano di alimentare relazioni tese, errori e gestione poco accurata delle decisioni sul lavoro. Eppure, sono poche le persone a ritenere che la propria azienda si preoccupi della loro salute del sonno. 

 

Il sonno come investimento aziendale 

Parlare di sonno in azienda non significa proporre pause per i power nap, quanto piuttosto integrare la salute del sonno nelle iniziative rivolte al benessere delle persone. È possibile offrire percorsi di formazione sul sonno e la sua funzione biologica, così come diffondere semplici regole condivise, come ad esempio quella di evitare riunioni nelle prime ore del mattino. Ancora, è possibile mettere in campo azioni mirate – sia sul piano organizzativo che individuale – per gestire le variabili che, secondo la ricerca, sono le principali cause del mancato riposo: stress (57%) e ansia (46%). Quest’ultima, in particolare per la GenZ: più della metà dei giovani, infatti, la indica come il fattore che più influenza negativamente il sonno. Tutte queste soluzioni possono senz’altro contribuire, ma, da sole, rischiano di non essere sufficienti. Serve che le organizzazioni riconoscano una volta per tutte che il riposo è una condizione abilitante per lavorare meglio.

 

Costruire una nuova cultura collettiva 

In molti contesti, viene ancora premiato chi risponde alle email la sera tardi o chi si vanta di dormire quattro ore a notte. Abitudine, quest’ultima, che non solo non è sana, ma si rivela anche improduttiva. Il sonno non è infatti antitetico alla produttività. Anzi, ne è premessa. Se si vogliono creare ambienti di lavoro realmente sani, non ci si può dimenticare del riposo. Sempre più aziende investono in programmi di salute psicologica, nutrizione e movimento, ma il dormire continua ad essere relegato all’ozio e alla pigrizia. “Chi dorme non piglia pesci” oppure “dormirò quando sarò morto” sono detti comuni, che evidenziano quanto la nostra società fatichi a riconoscere il potere ristorativo e rigenerativo del sonno su mente e corpo. Prima ancora che iniziative mirate, servono programmi di sensibilizzazione trasversali, che – di fatto – facciano diventare di tendenza dormire sette ore a notte. Cambiare le abitudini individuali passa prima di tutto dalla trasformazione della cultura collettiva. È dunque necessario fare divulgazione e promuovere consapevolezza sui benefici di una buona dormita tanto in azienda quanto fuori, attraverso le istituzioni e la politica. Il sonno non è una questione privata, ma una responsabilità collettiva. Un tema di salute pubblica ancor prima che di sostenibilità organizzativa.