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IGP artigianali: la tutela dell’origine entra finalmente dentro il Made in Italy invisibile

2026-06-21 10:30

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IGP artigianali: la tutela dell’origine entra finalmente dentro il Made in Italy invisibile

di Andrea Striano - Il Dlgs 51/2026 introduce le IGP per i prodotti artigianali e industriali: tutela per competenze territoriali ed ecosistemi produttivi

di Andrea Striano 

 

 

Abstract
Il decreto legislativo Dlgs 51/2026 sulle nuove IGP artigianali e industriali introduce per la prima volta una tutela strutturata per produzioni non alimentari legate a specifici territori e competenze manifatturiere. L’articolo analizza il significato economico e culturale della riforma, evidenziando come il vero valore strategico del Made in Italy risieda spesso negli ecosistemi produttivi invisibili che sostengono qualità, specializzazione e continuità industriale.


Per molti anni il sistema della qualità europea ha protetto soprattutto ciò che era facilmente riconoscibile: prodotti agricoli, denominazioni alimentari, filiere agroalimentari legate al territorio.

Nel frattempo, però, esisteva un’altra parte del Made in Italy che continuava a produrre valore senza possedere strumenti equivalenti di riconoscimento e tutela: il mondo delle lavorazioni artigianali e industriali territoriali. Un vuoto evidente soprattutto per chi conosce realmente la struttura produttiva italiana.

Perché esistono territori in cui il valore economico non nasce soltanto dalla materia prima o dal prodotto finale, ma dalla sedimentazione storica di competenze tecniche, specializzazioni produttive e capacità manifatturiere difficilmente replicabili altrove.

È dentro questo scenario che si inserisce il decreto legislativo del 7 maggio 2026, con cui l’Italia introduce il sistema di protezione nazionale collegato alle nuove Indicazioni Geografiche Protette per i prodotti artigianali e industriali.

La notizia potrebbe apparire, a una lettura superficiale, come un semplice aggiornamento normativo. In realtà il significato economico e culturale della misura è molto più ampio.

Per la prima volta viene riconosciuto in modo strutturato che anche alcune produzioni non alimentari possiedono un legame territoriale tale da meritare una tutela specifica. Non si tratta soltanto di proteggere un nome. Si tratta di riconoscere che determinate competenze produttive non sono separabili dal contesto economico e territoriale in cui si sono sviluppate. Ed è proprio questo il punto più interessante della riforma.

Nel dibattito pubblico il Made in Italy viene spesso raccontato come una somma di prodotti eccellenti. Ma chi frequenta davvero i mondi produttivi sa che il vantaggio competitivo italiano nasce raramente dal prodotto in sé. Nasce piuttosto da ecosistemi produttivi territoriali: distretti, filiera corta delle competenze, continuità manifatturiera, specializzazione verticale, trasmissione tecnica tra generazioni e tra imprese.

In molti casi il valore reale non è nemmeno completamente visibile nel prodotto finale. Si trova invece nei processi, nei passaggi intermedi, nella precisione delle lavorazioni, nella capacità di mantenere standard qualitativi elevati attraverso reti produttive altamente integrate.

Le nuove IGP artigianali e industriali intervengono esattamente su questo livello, perché riconoscono implicitamente che esistono territori in cui il sapere produttivo rappresenta un capitale economico collettivo.

Un esempio concreto aiuta a comprendere meglio la portata del cambiamento. Quando si osserva una produzione orafa territoriale, una lavorazione ceramica storica o una particolare manifattura tessile italiana, si tende spesso a vedere soltanto il risultato estetico finale. Molto meno visibile è invece la struttura produttiva che rende possibile quella qualità: fornitori specializzati, lavorazioni complementari, tecniche tramandate, selezione dei materiali, microcompetenze distribuite lungo la filiera.

In molti casi il vero valore competitivo risiede proprio nella densità di queste relazioni produttive. Ed è qui che emerge il significato strategico della nuova normativa.

Le IGP artigianali non certificano soltanto un prodotto. Certificano l’esistenza di una continuità territoriale tra competenze, processo produttivo e identità economica.

È una differenza sostanziale, perché sposta progressivamente il concetto di tutela dalla semplice protezione commerciale alla protezione dell’infrastruttura produttiva territoriale.

Naturalmente questo non significa che il sistema si autoalimenti automaticamente grazie a un marchio.

Uno dei rischi più concreti è proprio quello di interpretare le IGP come un semplice strumento reputazionale o turistico. Sarebbe una lettura riduttiva e probabilmente inefficace.

La vera sfida sarà comprendere che la tutela giuridica ha senso solo se accompagnata dalla tutela sostanziale delle competenze che rendono possibile quella produzione. Il problema riguarda soprattutto il ricambio generazionale e la trasmissione tecnica.

Molti comparti artigianali italiani stanno vivendo una contraddizione evidente. Da un lato cresce l’interesse internazionale verso prodotti ad alto contenuto identitario e manifatturiero. Dall’altro diminuisce progressivamente la disponibilità di competenze specializzate necessarie a sostenere quelle produzioni nel lungo periodo.

È un tema che riguarda direttamente anche scuola, ITS, formazione professionale e politiche industriali territoriali. Perché il rischio reale non è soltanto perdere quote di mercato. È perdere capacità produttiva. Ed è una perdita molto più difficile da recuperare.

Una competenza manifatturiera dispersa non si ricostruisce rapidamente. Un distretto produttivo impoverito non recupera automaticamente la propria profondità industriale. Una filiera che interrompe la trasmissione delle conoscenze tecniche perde progressivamente densità, capacità innovativa e autonomia produttiva.

Per questa ragione il 7 maggio 2026 assume un significato che va oltre il piano strettamente normativo. Segna infatti un cambiamento di prospettiva.

Per anni il dibattito sul Made in Italy si è concentrato soprattutto sulla promozione del prodotto finito. Oggi inizia lentamente ad emergere un approccio diverso: la consapevolezza che il vero patrimonio strategico italiano risieda spesso nei sistemi produttivi invisibili che generano quel prodotto.

È un passaggio culturale importante anche per le istituzioni, perché implica una conseguenza precisa: non basta valorizzare il simbolo del Made in Italy se non si preservano contemporaneamente le condizioni che lo rendono possibile. E quelle condizioni sono quasi sempre territoriali: competenze diffuse, formazione tecnica, continuità manifatturiera, relazioni industriali, ecosistemi produttivi locali.

In altre parole, il tema delle IGP artigianali non riguarda soltanto l’origine geografica. Riguarda la capacità del sistema economico italiano di riconoscere finalmente valore strategico alla propria infrastruttura manifatturiera invisibile.

Il punto di svolta è probabilmente tutto qui. Finché il Made in Italy verrà interpretato prevalentemente come immagine, il dibattito resterà confinato nella promozione commerciale. Quando invece iniziamo a leggerlo come struttura produttiva complessa, allora cambia anche il significato della tutela.

Non si protegge più soltanto un nome. Si protegge la possibilità che alcuni territori continuino a trasformare competenze storiche in valore economico contemporaneo. Ed è una differenza destinata a incidere molto più profondamente sul futuro industriale italiano di quanto oggi possa apparire.