di Andrea Striano Immaginate l’Europa come un colosso industriale con un cuore verde, costretto a danzare su una corda tesa tra la lotta al cambiamento climatico e la sopravvivenza delle sue fabbriche. Da un lato, l’ambizione di guidare il mondo verso la neutralità carbonica; dall’altro, il rischio di lasciare che concorrenti globali, meno vincolati da regole ambientali, facciano scacco matto alla competitività del continente. È in questo scenario che l’Italia, con una mossa decisa, sta scuotendo le fondamenta del Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM), chiedendo una revisione urgente e profonda per salvare settori strategici come acciaio e chimica. Non è solo una questione di politica: è una battaglia per il futuro dell’industria europea. La scintilla al Consiglio Competitività Al Consiglio Competitività di Bruxelles, l’Italia ha acceso i riflettori su un tema che non può più essere rimandato. Con il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso a fare da portavoce, il Paese ha guidato una coalizione di nazioni – Austria, Bulgaria, Polonia, Grecia e Cipro – per spingere l’Unione Europea a ripensare il CBAM. Introdotto nel 2023 come baluardo contro la “fuga di carbonio” – il trasferimento della produzione in paesi con norme ambientali permissive – questo meccanismo dovrebbe imporre una tariffa sul carbonio ai beni importati, livellando il campo di gioco per i produttori europei. Ma qualcosa non sta funzionando. “Il CBAM deve essere uno scudo, non un peso,” ha dichiarato Urso con un tono che mescola pragmatismo e urgenza. La sua proposta, sostenuta da un documento presentato a dicembre scorso, non si limita a chiedere aggiustamenti cosmetici: vuole un intervento strutturale per rendere il meccanismo più efficace contro chi aggira le regole e più equo per chi, in Europa, sta già investendo in un futuro sostenibile. Una competizione globale squilibrata Il problema è chiaro se si guarda ai numeri. Prendiamo l’acciaio: in Europa, il prezzo del carbonio nell’ETS (il Sistema di Scambio di Quote di Emissione) si aggira sui 50 euro a tonnellata di CO2. In Cina, leader mondiale nella produzione siderurgica, è fermo a circa 15 euro. Per una tonnellata di acciaio, che emette in media 2 tonnellate di CO2, un produttore europeo paga 100 euro in più rispetto a un concorrente cinese, che ne spende appena 30. È una forbice che strangola la competitività, specialmente per un’Italia che già vanta un primato: 34 dei suoi 35 impianti siderurgici producono acciaio “verde”, coprendo l’80% della produzione nazionale senza emissioni dirette di carbonio. E non è solo l’acciaio. La chimica, il cemento, l’alluminio – pilastri dell’industria europea – sono sotto lo stesso fuoco incrociato. La paura non è solo di perdere quote di mercato, ma di vedere le aziende delocalizzare fuori dall’UE, portando via posti di lavoro e capacità produttiva. È un rischio che l’Italia, con la sua visione di “autonomia strategica”, non è disposta a correre. L’Italia come laboratorio del futuro Guardate a Taranto, dove l’ex Ilva sta rinascendo come simbolo di una siderurgia decarbonizzata. O agli impianti chimici di Versalis, parte del colosso Eni, che lunedì scorso hanno visto governo, sindacati e regioni unirsi per un piano di riconversione verde con investimenti milionari. L’Italia non sta solo parlando di sostenibilità: la sta costruendo, passo dopo passo, con l’ambizione di diventare il primo paese europeo a produrre acciaio 100% verde entro il prossimo decennio. Ma per vincere questa scommessa, serve un CBAM che funzioni davvero. Un primo passo da Bruxelles Non è un caso che, poche settimane fa, il 26 febbraio 2025, la Commissione Europea abbia risposto alle pressioni – italiane e non solo – con un pacchetto di semplificazione per il CBAM. Tra le novità: un’esenzione per gli importatori sotto le 50 tonnellate di massa, che libera il 90% delle aziende da oneri burocratici senza compromettere il 99% delle emissioni coperte; misure più severe contro chi aggira le regole; e una revisione dei requisiti di reporting, che oggi pesano come macigni sulle spalle delle imprese. È un segnale incoraggiante, ma per Roma non basta. “Accogliamo il pacchetto Omnibus, ma ora serve un salto di qualità,” ha insistito Urso. Il nodo dei paesi in via di sviluppo La partita, però, non si gioca solo in casa. Il CBAM ha acceso un dibattito globale: i paesi in via di sviluppo, come India e Sudafrica, lo vedono come una barriera commerciale mascherata da misura ambientale. “Non possiamo decarbonizzare alla stessa velocità dell’Europa,” lamentano, chiedendo deroghe o supporto tecnologico. Gli esperti di EUROFER, la federazione europea dell’acciaio, ribattono: senza un CBAM efficace, l’UE rischia di importare acciaio “sporco” a basso costo, vanificando i suoi stessi obiettivi climatici. È una tensione che Bruxelles dovrà risolvere, trovando un equilibrio tra equità globale e protezione interna. Perché questa battaglia conta Questa non è una storia di tecnicismi o di riunioni a porte chiuse. È una lotta per il DNA dell’Europa: un continente che vuole essere leader nella sostenibilità senza sacrificare la sua forza industriale. L’Italia, con il suo mix di visione e concretezza, sta provando a tracciare la strada. Se il CBAM verrà rivisto come Roma chiede – uno strumento snello, robusto e a prova di futuro – l’UE potrebbe uscirne più forte, con un’industria viva e un pianeta più pulito. Ma la domanda aleggia nell’aria, tra i corridoi di Bruxelles e le acciaierie di Taranto: l’Europa avrà il coraggio di fare il passo decisivo? La risposta arriverà nei prossimi mesi, e potrebbe ridefinire il nostro posto nel mondo. Per ora, l’Italia ha acceso la miccia. Sta al resto del continente decidere se spegnerla o farne una fiamma.



