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Sostenibilità UE: la realtà torna a contare

2025-12-19 11:20

Andrea Striano

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Sostenibilità UE: la realtà torna a contare

di Andrea Striano

di Andrea Striano
Dipartimento Nazionale Imprese Fratelli d’Italia e analista del Made in Italy e dei sistemi produttivi

 

 

L’Unione europea ha approvato una revisione delle regole sulla rendicontazione di sostenibilità e sul dovere di diligenza delle imprese che segna un passaggio politico rilevante nel rapporto tra ambizione normativa e capacità produttiva del continente. La lettura più immediata potrebbe suggerire un arretramento rispetto al Green Deal, ma un’analisi più attenta restituisce un quadro diverso: non una smentita degli obiettivi, bensì un aggiustamento di rotta che prende atto delle difficoltà emerse nella fase di attuazione. Negli ultimi anni l’UE ha costruito un impianto regolatorio molto esteso in materia di sostenibilità, con l’intento di rendere il sistema economico più trasparente e responsabile sul piano ambientale e sociale. Tuttavia, la traduzione di questi principi in obblighi operativi ha prodotto effetti che una parte crescente del mondo produttivo ha iniziato a segnalare con chiarezza: aumento dei costi non direttamente produttivi, incertezza regolatoria e una pressione indiretta sulle piccole e medie imprese che costituiscono l’ossatura dell’economia europea. Anche quando formalmente escluse dagli obblighi, molte PMI si sono ritrovate coinvolte attraverso richieste di dati, certificazioni e procedure imposte dalle grandi imprese capofila, con un impatto concreto sulla loro operatività quotidiana.

La revisione approvata interviene proprio su questi nodi, restringendo il perimetro degli obblighi alle imprese di dimensioni molto grandi, semplificando gli adempimenti e riducendo l’effetto a cascata sulle filiere. È una scelta che introduce un principio di proporzionalità spesso evocato ma raramente applicato con coerenza, riconoscendo che non tutte le imprese hanno la stessa struttura, la stessa capacità organizzativa e lo stesso peso sistemico. In questo senso, il messaggio politico è chiaro: la sostenibilità resta un obiettivo strategico dell’Unione, ma non può trasformarsi in un moltiplicatore di costi, incertezza e burocrazia per chi produce. Se accade, smette di essere una leva di trasformazione e diventa un fattore di fragilità, soprattutto in un contesto globale in cui altri grandi attori economici adottano approcci molto più pragmatici nel sostenere le proprie filiere industriali.

Definire questa riforma come un passo indietro sul Green Deal significa confondere il piano degli obiettivi con quello degli strumenti. Il Green Deal, per essere credibile, deve funzionare anche come politica industriale, capace di accompagnare la transizione senza comprimere la base produttiva prima che le alternative siano mature e sostenibili sul piano economico. In questo quadro, la revisione segnala una presa d’atto importante: senza imprese competitive, non esiste transizione che possa reggere nel tempo. La competitività industriale europea rientra così esplicitamente nel perimetro delle decisioni politiche, non come elemento accessorio ma come condizione necessaria per la tenuta economica e sociale dell’Unione. È un segnale che va letto con attenzione da chi opera nei mondi produttivi e nei territori, perché indica una possibile evoluzione nel metodo con cui l’Europa affronta il rapporto tra regolazione e sviluppo. Distinguere tra ambizione normativa e sostenibilità economica reale non significa rinunciare agli obiettivi ambientali e sociali, ma creare le condizioni affinché possano essere perseguiti senza indebolire il tessuto industriale che dovrebbe sostenerli. Bene che si inizi a muovere in questa direzione, perché è su questo equilibrio, e non sulla sola intensità della regolazione, che si gioca una parte decisiva del futuro produttivo europeo.