di Lavinia Lentini
Stress, conflitti e calo di produttività: i numeri raccontano un mondo del lavoro sempre più fragile. Per questo motivo si riscontra una crescita di attenzione da parte delle imprese verso il counseling, strumento che offre ascolto e supporto ai dipendenti.
Il mondo del lavoro italiano vive una fase di forte tensione. In Italia lo stress lavoro-correlato e le malattie psichiche legate all’attività professionale sono in continua crescita. Nel 2024 le denunce all’INAIL per malattie professionali hanno raggiunto quota 88 mila, con un aumento del 21,8% rispetto all’anno precedente.
Nei dati di sorveglianza MalProf 2019–2023 emergono 782 segnalazioni di malattie psichiche, con diagnosi prevalenti di disturbi dell’adattamento, reazioni a grave stress e burnout, che risultano essere sempre più frequenti ma, purtroppo, solo una minoranza di aziende adotta strumenti strutturati per affrontare questi fenomeni.
La consapevolezza dei rischi psicosociali di fronte a questi malesseri è in generale ancora molto bassa, soprattutto nel mondo aziendale. Secondo l’indagine europea ESENER dell’EU-OSHA, l’Italia detiene un primato negativo: quasi una impresa su due non rileva alcun rischio psicosociale, spesso per sottovalutazione e non per reale assenza di problemi.
Eppure il clima pesa, e molto, sui conti: l’assenteismo sfiora il 6,6%, la produttività è scesa del 2,5% nel 2023 e appena l’8–10% dei lavoratori italiani si dichiara davvero coinvolto (“engaged”) nel proprio lavoro, uno dei valori più bassi in Europa. In questi contesti aumentano anche le molestie e i comportamenti sociali avversi.
ISTAT stima che nel 2022–2023 il 13,5% delle donne che lavorano (15–70 anni) abbia subito molestie sessuali sul lavoro nel corso della vita, mentre ricerche accademiche collocano il fenomeno del mobbing intorno al 6–7%. Questi scenari emergono in molti contesti lavorativi e in modo particolare nel settore sanitario, che vive una fase di forte difficoltà organizzativa e di carenza di personale.
In questo scenario, il counseling aziendale si sta imponendo come leva di welfare organizzativo. Sempre più imprese inseriscono servizi di supporto psicologico ed emotivo tra i benefit per i dipendenti, riconoscendo lo stretto legame tra benessere mentale, produttività, motivazione e riduzione del turnover.
Il counseling aziendale non si configura come terapia psicologica clinica, ma come presidio relazionale. Attraverso sportelli di ascolto e percorsi brevi è possibile offrire ai dipendenti supporto per gestire stress, conflitti e cambiamenti organizzativi.
La figura del counselor aziendale è ancora poco conosciuta in Italia e spesso vissuta con diffidenza. In Stati Uniti e Regno Unito è una professione regolamentata, mentre in Europa ha seguito percorsi diversi. In Italia non è riconosciuta come professione sanitaria, ma è individuata dalla Legge 4/2013 sulle professioni non organizzate in Ordini ed è di recente introduzione il Codice ATECO 88.99.01 – Servizi di Counseling.
Il counseling aziendale è un’attività di supporto rivolta alle persone che lavorano in un’organizzazione e ha come obiettivo il miglioramento del benessere individuale e, di conseguenza, di quello aziendale, attraverso interventi di ascolto, sostegno e orientamento. Si concentra su problematiche lavorative o personali che hanno ripercussioni sul contesto professionale.
In ambito aziendale, il counselor aiuta individui e gruppi ad affrontare lo stress lavorativo e a prevenire il burnout, elementi che possono compromettere sia la produttività sia il clima organizzativo. Fondamentale è la creazione di uno spazio sicuro di ascolto, così come il rafforzamento della comunicazione tra colleghi, team e leadership, attraverso lo sviluppo di competenze relazionali, empatia e ascolto attivo.
L’intervento può essere individuale, con colloqui one to one, oppure di gruppo, attraverso workshop e laboratori esperienziali. L’approccio del counselor non è direttivo: non si tratta di persuadere o indicare una strada, ma di aiutare la persona ad aiutarsi, accompagnandola in un percorso di crescita e cambiamento.
In Italia la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato è obbligatoria dal 2010 (D.Lgs. 81/2008) e nel 2025 l’INAIL ha reso disponibili nuove linee guida e una piattaforma aggiornata, che includono anche moduli specifici per il lavoro da remoto. Nonostante ciò, molte aziende affrontano il tema solo per adempiere agli obblighi normativi, senza trasformarlo in uno strumento di benessere continuativo.
In assenza di uno sportello di ascolto, i problemi rischiano di rimanere sommersi, portando a sottostima dei rischi, cronicizzazione dei conflitti e calo dell’engagement. Tutto ciò si traduce in maggiori assenze, aumento del turnover e riduzione della produttività.
Un primo passo concreto per le aziende è l’attivazione di uno sportello di ascolto periodico, con la presenza di un counselor uno o due giorni al mese. Un secondo strumento efficace è la formazione breve su comunicazione e gestione dei conflitti, attraverso workshop di poche ore, particolarmente utili per team leader e responsabili HR. Nei casi più complessi, può essere indicato un percorso di counseling di gruppo mirato.
Le ricerche internazionali confermano che maggiore benessere equivale a maggiore produttività. Le aziende che hanno introdotto servizi di counseling registrano una riduzione delle assenze, minore turnover e un aumento della motivazione. Inserire il counseling consente quindi di trasformare un obbligo normativo in un’opportunità concreta, migliorando il clima organizzativo e rafforzando il senso di appartenenza.
Il counseling aziendale non è solo una misura di welfare, ma un investimento strategico. Aprire uno spazio di ascolto significa comunicare ai dipendenti che l’impresa sceglie di prendersi cura delle persone, con benefici tangibili sul piano umano e organizzativo.
BIOGRAFIA
Lavinia Lentini ha maturato una consolidata esperienza nell’ambito della comunicazione e delle relazioni esterne, operando per anni all’interno di diverse realtà della Rete Regionale della Regione Lazio. L’interesse per i comportamenti umani e per l’impatto che essi hanno sulle relazioni e sui processi decisionali l’ha portata a intraprendere percorsi di formazione specifici, fino a diventare Professional Counselor, figura riconosciuta dalla Legge 4/2013 e dal Codice ATECO 88.99.01 “Servizi di Counseling”. È iscritta all’Associazione FAIP Italia Counseling, con cui collabora anche per le attività di comunicazione e relazioni esterne.



