di Giorgio Veronelli
In una cultura del lavoro che premia la velocità e la disponibilità continua, dire no può sembrare azzardato. Al pensiero di palesare un rifiuto, subentra la paura di perdere opportunità, di compromettere relazioni, di essere percepiti come poco collaborativi o disponibili. Il vero rischio, tuttavia, è un altro: non saper stabilire limiti.
Senza “no” chiari, la giornata lavorativa si trasforma in un susseguirsi di interruzioni, il focus si disperde, le priorità si confondono. Il sovraccarico cognitivo aumenta, lo spazio mentale si riduce e il benessere cala. In definitiva: si sta male e si lavora peggio.
Saper dire no significa essere capaci di porre confini chiari. E sani. Confini che non devono essere vissuti come muri, ma come protezioni che permettono di mantenere in equilibrio produttività, relazioni e benessere psicologico. Questo non significa utilizzare il “no” indistintamente, in modo perentorio, quanto piuttosto analizzare la situazione e definire la propria posizione in maniera trasparente. Vuol dire riconoscere le proprie priorità e comunicarle in maniera chiara, nel rispetto di tutte le parti coinvolte.
I “no” che non si vogliono dire
Alcuni “no” sono una forma di autocensura che nasce dalla paura del giudizio. Esiste il timore di apparire poco disponibili, di far arrabbiare il proprio capo, di venir meno alle proprie responsabilità verso i colleghi, così come di deludere le aspettative, proprie o altrui che siano. Sono timori spesso legittimi, che partono dal presupposto che il “no” implichi conseguenze negative.
Proviamo però a ribaltare la prospettiva: quali conseguenze negative può portare invece un sì? Anche la piena disponibilità ha i suoi pericoli, in primis legati alla propria tenuta psico-fisica e alla qualità del proprio lavoro. Ne va non solo del proprio interesse, ma anche di quello dell’azienda.
Serve molto lavoro su di sé per comprendere i motivi profondi per cui si fatica a declinare, ma è essenziale farlo.
I “no” che non si sanno dire
La capacità di dire no, ancor prima di riflettersi nelle parole, si riflette nella mente. Se si percepisce il rifiuto come un atto aggressivo che rischia di spezzare la relazione, sarà molto facile evitarlo, anche quando si vorrebbe esprimerlo. A volte vorremmo dire no, ma fatichiamo a farlo perché non sappiamo come dirlo. Serve dunque trovare un linguaggio coerente, che renda il “no” dicibile.
I “no” che non si possono dire
Al di là dei gradi di libertà che si possono avere (e costruire), è pur vero che al lavoro ci sono dei “no” che proprio non si possono dire. Obblighi contrattuali o di ruolo, emergenze, direttive urgenti e non delegabili, compiti legati alla conformità legale e così via. Una categoria in realtà ben definita, che sarebbe anche piuttosto contenuta, se non fosse che finiscono per rientrarvi una serie di “no” che si possono dire, sebbene si pensi il contrario.
Quante volte, dietro un “Non posso mica dire no”, si nasconde in realtà un “Non voglio” o “Non so come dirlo”? La sensazione di obbligo può essere amplificata da dinamiche aziendali, rapporti di potere o norme implicite del team. Ma se non proviamo a dire di no, non sapremo mai se il divieto è reale o autoimposto.
La domanda allora diventa: ci abbiamo provato?
Dire no è sempre, in qualche misura, un atto di coraggio. Come quando ci si tuffa da una scogliera: non si conosce ogni dettaglio dell’impatto, ma si calcola il rischio e poi si decide se farlo. Nel lavoro, è possibile agire allo stesso modo: valutare con onestà benefici e conseguenze e scegliere di difendere il proprio tempo e le proprie energie quando serve.



