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LA VISIONE CEM: benessere, coerenza e responsabilità come motori di crescita

2026-01-28 11:18

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Intervista, Imprese,

LA VISIONE CEM: benessere, coerenza e responsabilità come motori di crescita

Giorgio Veronelli

Di Giorgio Veronelli

 

La costruzione di una cultura organizzativa etica è uno degli assi fondamentali del vostro approccio. Da dove si comincia, concretamente, quando un’azienda vuole unire competitività e benessere senza sacrificare nessuno dei due elementi?

“Il primo passo è sempre la chiarezza organizzativa: definire ruoli, responsabilità, flussi di comunicazione e obiettivi in modo semplice e comprensibile. Senza questa base, qualsiasi iniziativa legata al benessere rischia di essere percepita come accessoria o decorativa. Parallelamente, è necessario introdurre un ascolto strutturato: non un sondaggio sporadico, ma un processo che permetta di raccogliere insight reali su come le persone vivono il proprio ruolo, quali ostacoli incontrano e quali dinamiche favoriscono o ostacolano la performance. Il terzo elemento è la coerenza della leadership, che rappresenta il vero punto di congiunzione tra competitività e benessere. Una leadership coerente sa dare direzione, gestire la pressione con equilibrio e riconoscere tempestivamente segnali di fatica organizzativa. Quando questi tre pilastri — chiarezza, ascolto, leadership — sono integrati, l’azienda scopre che benessere e competitività non sono obiettivi in conflitto, ma condizioni che si rafforzano reciprocamente. Una cultura etica non riduce la performance: la rende più solida e sostenibile nel tempo.” 

 

Uno dei vostri obiettivi è definire codici di condotta chiari e condivisi. Quali caratteristiche deve avere un codice etico perché sia realmente efficace e non resti un documento formale privo di impatto? 

“Per essere efficace, un codice etico deve prima di tutto essere concreto e facilmente utilizzabile. Deve parlare il linguaggio dell’azienda e descrivere comportamenti realistici, evitando dichiarazioni di principio troppo astratte. Un buon codice fornisce esempi di ciò che è accettabile e di ciò che non lo è, spiegando come agire in situazioni complesse. La seconda caratteristica è l’accessibilità. Un documento scritto in modo tecnico, giuridico o troppo formale non verrà mai interiorizzato dalle persone. Il codice deve essere leggibile da tutti e integrato nei momenti di onboarding, formazione e comunicazione interna. Infine, deve prevedere meccanismi chiari di responsabilità: a chi rivolgersi in caso di dubbi, come segnalare una criticità, quali procedure attivare. Senza un sistema di accountability, anche il miglior codice rischia di rimanere inapplicato. In sintesi, un codice etico funziona quando diventa un punto di riferimento pratico e condiviso, non un documento prodotto per obbligo o per forma.” 

 

Supportate le aziende nell’analisi degli asset culturali e nella mappatura organizzativa. Quali segnali rivelano immediatamente l’esistenza di aree critiche e quali, invece, sfuggono più facilmente anche ai vertici? 

“I segnali più immediati sono quelli che incidono direttamente sul funzionamento dell’azienda: conflitti ricorrenti tra team, turnover anomalo, sovraccarico di responsabilità concentrato sempre sulle stesse persone, scarsa chiarezza degli obiettivi e una comunicazione interna poco allineata. Sono elementi che emergono rapidamente e che influiscono su collaborazione e produttività. Molto più difficili da individuare sono i segnali sommersi, spesso legati alla cultura implicita dell’organizzazione. Tra questi troviamo la normalizzazione del malessere (“qui ha sempre funzionato così”), la paura di fare domande, il calo progressivo della motivazione, la tendenza ad aggirare le procedure perché considerate inefficaci, e una crescente distanza emotiva tra persone e leadership. Queste dinamiche sfuggono ai vertici perché si consolidano nel tempo e diventano parte dell’abitudine lavorativa. Per questo il contributo di uno sguardo esterno è così prezioso: permette di vedere ciò che, dall’interno, è diventato invisibile.” 

 

Il processo di certificazione che proponete non è un semplice attestato, ma un percorso che punta a miglioramento continuo, responsabilizzazione e crescita. Qual è l’aspetto che le aziende sottovalutano prima di iniziare questo cammino? 

“L’aspetto più sottovalutato è che la certificazione non è un traguardo formale, ma un vero percorso di evoluzione organizzativa. Molte aziende immaginano un processo di verifica, mentre in realtà entrano in un lavoro molto più ampio, che permette di leggere la propria cultura interna con maggiore lucidità. Un’altra sorpresa ricorrente riguarda la partecipazione delle persone: ci si aspetta un processo tecnico, mentre emerge un coinvolgimento diffuso. Team e funzioni iniziano a riconoscere comportamenti inefficaci e a proporre soluzioni, generando un impatto positivo già nelle prime settimane. Le aziende spesso non considerano nemmeno il valore reputazionale interno: intraprendere un percorso etico comunica chiaramente che l’organizzazione ha scelto di investire sulle persone e sulla qualità del lavoro.” 

 

Tra i vantaggi indicati c’è il rafforzamento della reputazione ESG e la capacità di trattenere talenti motivati. Che cosa rende un ambiente “capace di attrarre e trattenere” e quali errori compromettono più velocemente questo equilibrio?

“Un ambiente attrattivo nasce dalla coerenza: ciò che l’azienda promette deve corrispondere all’esperienza quotidiana. Le persone scelgono e restano dove trovano chiarezza nei ruoli, leadership affidabile, processi sostenibili e spazi sicuri per esprimersi. Gli errori più corrosivi sono due: la disorganizzazione, che genera caos operativo e stress, e l’incoerenza, che compromette rapidamente la fiducia. Quando ciò che si dichiara non coincide con ciò che avviene, i talenti più competenti sono i primi a lasciare l’azienda. Un ambiente sano non è un ambiente privo di tensioni, ma uno in cui i problemi vengono riconosciuti e affrontati con responsabilità e trasparenza.” 

 

Collaborate con aziende, istituzioni e scuole per diffondere una cultura condivisa. Quanto è importante, oggi, che la moda superi la logica della reazione ai problemi e inizi invece ad adottare un modello realmente preventivo? 

“Perché intervenire solo quando un problema è esploso significa subire costi più alti, sia sul piano umano sia su quello reputazionale e operativo. La prevenzione permette di intercettare segnali deboli, comprendere cambiamenti in atto e intervenire prima che si trasformino in tensioni o crisi. Un modello preventivo rende le aziende più solide e più rapide: riduce i conflitti, migliora la collaborazione, aumenta la qualità del lavoro e consolida la fiducia interna. Nel settore moda, storicamente abituato a gestire l’urgenza, questo cambio di prospettiva è fondamentale per costruire organizzazioni più resilienti e orientate al lungo periodo. Il CEM lavora proprio per accompagnare il settore verso questo nuovo paradigma: una moda che investe sulle persone con la stessa attenzione con cui investe su prodotto, creatività e innovazione.”