di Andrea Striano - Responsabile Dipartimento Imprese & Mondi Produttivi – Fratelli d’Italia, Caserta
Negli ultimi giorni il dibattito sulla Transizione 5.0 si è concentrato in particolare sulla cosiddetta clausola “soft” sul made in Europe.
È un passaggio rilevante, perché incide sul perimetro degli investimenti ammissibili e sul rapporto tra filiere nazionali ed europee. Ed è proprio da qui che conviene partire, per evitare equivoci e semplificazioni.
Non siamo davanti a una liberalizzazione indiscriminata, né a uno snaturamento della misura.
Siamo di fronte a una scelta di equilibrio, inserita in un impianto che resta selettivo e orientato al governo della trasformazione industriale.
La Transizione 5.0, infatti, non nasce come incentivo generalista né come bonus pensato per “fare volume”. Nasce come strumento di politica industriale, costruito per accompagnare investimenti che abbiano coerenza, direzione e impatto reale sul sistema produttivo.
Il punto di discontinuità rispetto al passato è chiaro: si supera l’automatismo.
Non viene più incentivato l’atto dell’investire in sé, ma la capacità di progettare, governare e dimostrare l’investimento nel tempo. La selezione non avviene sulle intenzioni, ma sulla struttura organizzativa, amministrativa e industriale dell’impresa.
In questo quadro va letta anche l’apertura al “made in Europe”. Non come concessione ideologica, ma come scelta funzionale a evitare blocchi agli investimenti, garantire continuità alle filiere e mantenere coerenza con il contesto europeo. Il baricentro non si sposta sull’origine formale dei beni, ma su dove e come si genera valore industriale verificabile.
Perizie, certificazioni e controlli non rappresentano un aggravio accessorio, ma una parte integrante della misura. Servono a ridurre distorsioni, abusi e incertezze che in passato hanno penalizzato proprio le imprese più strutturate e corrette, generando concorrenza impropria e contenziosi successivi.
Lo stesso criterio vale per software, digitale ed energia.
Non viene premiato ciò che è dichiarato, ma ciò che è dimostrabile. Non l’opportunismo progettuale, ma la continuità tra investimento, fabbisogno reale e processo produttivo.
Da qui discende una conseguenza che va detta con chiarezza: la Transizione 5.0 non è pensata per ampliare indiscriminatamente la platea dei beneficiari, ma per qualificarla. È uno strumento di governo della trasformazione industriale, non un meccanismo di spesa espansiva.
Questo non è un segnale contro le imprese.
È, al contrario, una tutela del sistema produttivo nel suo complesso.
Promettere accesso automatico a tutti sarebbe forse più semplice sul piano comunicativo, ma meno onesto verso i mondi produttivi, soprattutto in una fase in cui le risorse pubbliche devono generare valore reale e duraturo.
La Transizione 5.0 va quindi letta per quello che è: un cambio di impostazione.
Capirlo ora aiuta a evitare equivoci dopo.



