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Leopoldo II e il Congo: il genocidio dimenticato

2025-12-04 16:44

Marco Bourelly

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Leopoldo II e il Congo: il genocidio dimenticato

di Marco Bourelly

di Marco Bourelly


Tra il 1885 e il 1908 morirono fino a 20 milioni di congolesi. Eppure questa tragedia resta assente dai libri di storia.
Bruxelles – Nella memoria collettiva mondiale, quando si parla di genocidi vengono subito in mente alcune delle grandi tragedie del Novecento. Tuttavia, esiste un’altra catastrofe, avvenuta nel cuore dell’Africa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, di cui pochi hanno notizia e che raramente compare nei programmi scolastici: il massacro del Congo sotto Leopoldo II del Belgio.
Nel 1885 Leopoldo II ottenne dalla Conferenza di Berlino il riconoscimento internazionale dello Stato Libero del Congo, un territorio immenso che non apparteneva al Belgio, ma al re in persona. Ricchissimo di avorio e gomma, il Congo fu trasformato in una gigantesca piantagione privata, gestita con un sistema di lavoro forzato e repressione militare.
La popolazione locale era costretta a raccogliere quantità sempre crescenti di gomma. Le punizioni per chi non rispettava le quote erano feroci: fustigazioni, deportazioni, villaggi incendiati. La Force Publique, milizia coloniale del re, adottò persino la pratica delle mani mozzate, usate come prova delle esecuzioni.
Le stime parlano di 10-20 milioni di morti tra violenze dirette, fame e malattie provocate anche dal crollo della società tradizionale. Un numero che colloca il “Congo di Leopoldo” tra le più grandi tragedie della storia moderna.
A differenza di altre stragi, questo sterminio non è mai entrato davvero nella coscienza storica europea. In Belgio stesso la vicenda è stata a lungo minimizzata, con Leopoldo ricordato come “re costruttore” più che come responsabile di un immenso crimine. Solo negli ultimi anni, anche grazie a movimenti antirazzisti, statue e monumenti a lui dedicati sono stati contestati e rimossi.
Il ruolo della società tradizionale
Prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, la società congolese — come molte società africane — era fondata su un equilibrio profondo tra comunità, natura e spiritualità. Ogni villaggio era un microcosmo in cui le relazioni sociali, la famiglia allargata e le consuetudini tribali garantivano coesione e stabilità. Il potere non era centralizzato ma distribuito: capi, anziani e guaritori svolgevano un ruolo collettivo nel mantenere la giustizia e la memoria culturale. La terra non era un bene privato, ma un’eredità condivisa, e il lavoro aveva un valore comunitario più che individuale. In questa struttura, l’essere umano si percepiva come parte integrante del mondo naturale e del gruppo sociale. La società tradizionale, pur priva di tecnologie moderne, custodiva un ordine basato sul senso di appartenenza, sul rispetto dei ritmi naturali e sulla solidarietà.
Perché è crollata la società tradizionale
Il colonialismo europeo sconvolse questo equilibrio millenario. Le nuove autorità imposero economici e sociali estranei: proprietà privata, moneta, sfruttamento delle risorse e gerarchie imposte dall’alto. Le comunità furono spezzate, i capi tribali sostituiti o ridotti a strumenti dell’amministrazione coloniale, e il lavoro tradizionale venne trasformato in schiavitù economica. Il crollo della società tradizionale fu, dunque, un crollo culturale e spirituale prima ancora che materiale. I popoli che vivevano in equilibrio con l’ambiente furono costretti a sradicarsi, perdendo identità e coesione. Questo trauma collettivo ha lasciato ferite profonde, che ancora oggi influenzano la stabilità politica e sociale di molti Stati africani.
Dal caos coloniale all’instabilità moderna
La dissoluzione delle strutture tradizionali e la creazione artificiale dei confini nazionali da parte delle potenze europee hanno generato Stati fragili, spesso privi di unità interna. Dopo la decolonizzazione, molti di questi Paesi si sono trovati a gestire un’eredità pesante: divisioni etniche, economia dipendente, governi corrotti e conflitti interni. Questa instabilità ha spinto, negli ultimi decenni, milioni di persone a cercare altrove sicurezza e futuro. L’Europa, che un tempo impose il suo dominio su quei territori, si trova oggi a dover gestire le conseguenze storiche di quel sistema: ondate migratorie, squilibri economici globali e tensioni culturali. L’immigrazione contemporanea non è un fenomeno casuale o isolato, ma l’esito di secoli di sfruttamento, impoverimento e perdita delle radici tradizionali. Il caos che oggi vediamo alle porte dell’Europa è, in parte, il riflesso di un disordine creato nel passato — quando il mondo tradizionale africano fu distrutto in nome del progresso e del profitto.